Intervista a ALBERTO MARINELLI - Professore Ordinario presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università 'La Sapienza' di Roma, insegna Teoria e Tecniche dei Nuovi Media
31/01/08 - In soli due anni YouTube è riuscito a diventare il quarto sito più visitato al mondo dopo Google, Msn e Yahoo. Detiene, da solo, più del 60% del mercato dei video on-line. Ogni giorno vengono viste più di 100 milioni di clip e vengono condivisi 65.000 nuovi filmati. Un successo che continua anche grazie al sostegno di Google che ha acquisito il portale l’anno scorso.
User Generated Content: il fenomeno YouTube
Qual è il segreto del successo di YouTube?
Molti sono i segreti, come in ogni successo. Innanzitutto YouTube è arrivato al momento giusto, quando finalmente la diffusione della banda larga e degli abbonamenti flat ha radicalmente cambiato le abitudini degli utenti: prima si parlava di Video on demand, ora invece si può fare affidamento su un archivio di notevoli dimensioni e in continuo accrescimento. Sono in particolare gli utenti più giovani a fare la differenza. La consultazione di pagine web ha come prima motivazione la necessità di trovare una risposta a specifiche esigenze, spesso di tipo professionale o legate comunque ad una logica di approfondimento. Con i video di YouTube è invece l’intrattenimento la dimensione principale, l’esplorazione non necessariamente finalizzata. E tutto questo corrisponde alle esigenze dei più giovani, che ora hanno più tempo e più motivazioni per stare in rete. In secondo luogo, YouTube si configura come l’archivio della memoria individuale e collettiva. Non è una alternativa netta alle altre forme di fruizione dell’audiovisivo, non ha l’ambizione di sostituire la televisione. Rielabora attraverso il linguaggio digitale (link, tag, post, etc.) il flusso di immagini su cui si sostiene la nostra memoria e la rende finalmente accessibile. Per esempio, grazie a mio figlio che ci è arrivato per conto suo, senza sapere bene nemmeno cosa rappresentasse per la mia generazione, ho visto di nuovo, dopo 40 anni, i filmati di Jimi Hendrix e Carlos Santana che si esibiscono a Woodstock. Per me è ricordo; per lui è conoscenza e identificazione con momenti che hanno segnato la storia della musica rock e delle culture giovanili. Per entrambi è dialogo su avvenimenti che genitori e figli possono condividere.
Milioni di utenti producono i propri video e li mettono on line. Non saranno tutti degli esibizionisti…Cosa li spinge davvero?
Il desiderio di esprimersi sia come soggetto sia come oggetto dei media è parte dei processi identitari dei giovani. L’abitudine a utilizzare gli apparati di ripresa digitali, che si sviluppa fin dalla più tenera età, trova una naturale evoluzione nell’abilità a trattare (editare, commentare con il sonoro, etc.) le memorie audiovisive che vengono prodotte individualmente o in piccolo gruppo. La prassi di scambiare e rendere, almeno in parte pubbliche, queste espressioni della memoria di eventi condivisi, finora praticata con lo scambio di supporti come i CD, trova semplicemente nuove possibilità di esprimersi attraverso le piattaforme di up-load come YouTube. La volontà di esibirsi è certamente una componente ma solo per alcuni soggetti, in particolari per quelli che ritengono l’esibizione come un valore in sé e magari puntano a una immediata valorizzazione delle proprie capacità espressive. Per molti altri prevale la dimensione della memoria e della documentazione di sé, delle proprie capacità performative (pensiamo alle infinite esibizioni come cantante o chitarrista), delle proprie inquietudini o dei momenti felici e condivisi. Per tutti, comunque, apparire su un documento digitale è una modalità di espressione della propria identità.
Attualmente su YouTube si trova di tutto: filmati divertenti, informazione, arte, politica, educazione. Ma si tratta solo di un grande contenitore o c’è dell’altro? Come crede che l’avvento di YouTube modifichi il rapporto con queste forme di espressione e comunicazione?
Su YouTube si trova di tutto perché svolge una funzione di supplenza rispetto ad altre forme di archiviazione e distribuzione di materiale audiovisivo. Per esempio, il fatto che siano depositati su YouTube materiali ‘piratati’ dalla normale programmazione televisiva è un segnale dell’arretratezza dei broadcaster rispetto allo sfruttamento delle potenzialità distributive delle nuove piattaforme digitali. La stessa cosa vale per prodotti che secondo una logica da “long tail” potrebbero trovare una ben diversa valorizzazione sugli scaffali dell’offerta in formato digitale. In questo caso YouTube fa da battipista e rivela tendenze che dovranno essere valorizzate in modo molto meno approssimativo dall’industria dei contenuti e dai titolari di librerie digitali. Pensiamo, per esempio, agli sconfinati repertori di filmati musicali ora ospitati dalla piattaforma: non una sola interpretazione dal vivo di The Dark side of the moon, ma alcune decine. Scommettere sull’autonomia di scelta dei consumatori che possono decidere di passarle tutte in rassegna, confrontarle, dialogare attraverso i post, suggerirle agli amici, etc. segnala una strategia rispetto alla quale le imprese titolari di diritti e interessate alla loro valorizzazione dovrebbero attentamente riflettere. Queste modalità esprimono bisogni non superficiali di una parte sempre più consistente del pubblico.
In Europa e negli Stati Uniti ormai YouTube è una realtà consolidata. Crede che il modello attuale si evolverà in qualche modo? Oppure il fenomeno potrebbe subire una battuta d’arresto, frenato dalle dispute sul copyright e dalla crescente vocazione commerciale e pubblicitaria di Google?
Il fenomeno YouTube è destinato a evolversi. Ogni precursore nelle tecnologie di rete porta inscritto sulla sua pelle le indicazioni per la sua trasformazione, in molti casi, per la sua totale decomposizione. Non sono sicuro che accadrà in questo caso ma è molto probabile. Sicuramente non rimarrà l’attuale assetto in cui tutto sta insieme. Ho la sensazione che segmenti specializzati (musica, fiction, etc.) troveranno forme di espressione in altri ambienti. Lo stesso potrebbe accadere per i filmati autoprodotti che potrebbero transitare su piattaforme più espressamente dedicate al social networking. Ma è anche possibile che sia lo stesso YouTube, se necessario formulando accordi con terzi, a farsi carico della sua differenziazione interna.
Molti critici sono convinti che YouTube stimoli nei giovani violenza e bullismo, spingendoli ad emulare modelli negativi. Certi atti insomma, verrebbero commessi solo per poi ‘metterli su YouTube’. E’ un problema reale?
Il bullismo è un problema reale. Ed è un problema reale il fatto che i media generalisti, come la televisione, rilancino filmati relativi ad atti di bullismo con il presunto intento di promuovere interventi educativi ma in realtà alimentando a loro volta fenomeni di imitazione: perché li rendono visibili anche per soggetti che non li avrebbero mai visti attraverso YouTube e perché scatenano la rincorsa a farla sempre più grande per essere poi selezionati dai solerti censori dei telegiornali. E’ questa la spirale perversa che va arrestata. Poi, ovviamente, serve l’ordinaria amministrazione: il controllo puntuale da parte delle istituzioni scolastiche su quello che accade nelle aule, etc.
Crede che YouTube rappresenti un’opportunità di democrazia per tutti quei Paesi dove vige un regime più o meno blando di censura?
Vale per YouTube quello che vale in generale per tutte le forme di espressione in rete. Non vedo in questo caso una specificità. Il fatto che gestisca immagini, ovviamente, ha una valenza di documentazione molto forte ma non cambia il senso complessivo delle altre forme di espressione in rete.
E’ di questi giorni la notizia che presto verranno commercializzati dei televisori, a marchio Panasonic, studiati per consentire l’accesso a YouTube. E’ un’iniziativa che a suo avviso rivoluzionerà la televisione come la conosciamo, oppure i contenuti pensati per il web, con limitazioni di qualità e durata, non sono ancora adatti per il pubblico televisivo?
La possibilità di vedere audiovisivi provenienti da YouTube o da altri ambienti di rete è legata non tanto allo schermo quanto alla disponibilità di connessione via Protocollo IP. Dal punto di vista commerciale non ha alcun senso mettere in produzione un dispositivo specifico come una televisione. Dobbiamo cominciare a ragionare in termini di materiali digitali che possono essere richiamati in totale indipendenza dal supporto che momentaneamente funge da display. YouTube, per esempio, funziona benissimo sui dispositivi mobili dotati di connessione UMTS o UMTS broadband. In ogni caso, nonostante YouTube stia cominciando a differenziare la qualità audio-video del materiale archiviato, dobbiamo considerare che i repertori sono molto discontinui e sono stati pensati per una fruizione attraverso una finestra da pochi pixel sullo schermo di un PC.
Se vengono adattati per la televisione, magari ad alta definizione, YouTube diviene un’altra cosa: una servizio televisivo on demand mediante IP. Questo può accadere ma link, tag, commenti, up-loading e tutto il resto che lo fanno distinguere da un normale portale di contenuti vanno irrimediabilmente persi.
Il fatto che sia un gigante come Google ad avere la proprietà di YouTube non fa un po’ paura? E’ l’occhio del Grande Fratello?
Non è il Grande Fratello. E non credo che nella società complessa dobbiamo avere paura del predominio (momentaneo) di una società, per quanto grande e ramificata come Google. Le tecnologie di rete hanno il vantaggio di riuscire a difendersi da sole in maniera molto più semplice e quasi automatica rispetto ai tradizionali ambienti mediatici. La mia non è una speranza ma una convinzione che si alimenta sulla base di precedenti esperienze e sulla base del fatto che gli utenti della rete sanno sviluppare anticorpi per difendersi da qualsiasi aggressione di questo tipo.